Panorama di Bagheria

Triade, una mostra importante, essenziale, pulita ma non impeccabile.

Riceviamo e pubblichiamo:

Si sa, ad un provocatore come me, piace stupire, per questo ho chiamato tre artisti, assai diversi tra loro, per esporre con la mostra “Triade” nei nuovi locali del mio Centro d’arte e cultura a Bagheria.

Gli artisti nella massima autonomia hanno scelto le opere e curato l’allestimento, cosicché a me non resta ora che il compito di una recensione per avviare una discussione critica finalizzata a suscitare interesse sull’operazione culturale.

Pur molto rigorosa, essenziale, pulita Triade non è tuttavia una mostra impeccabile. Due degli artisti espositori, Filly Cusenza e Nuccio Squillaci sono al meglio. Delude decisamente Leto, che pur presentando due opere piene di quel fascino particolare proprio dei suoi paesaggi dell’Altrove, nelle opere di piccole dimensioni finisce per decostuire il discorso prettamente materico dei suoi orizzonti neri, dati dall’innalzamento di cataste di fogli di giornali arrotolati ed incollati su tela. Quel senso di “ the vast land” caratteristico delle sue opere migliori viene qui a mancare. Manca in questi suoi ultimi lavori il fascino spettrale, metafisico dell’estremo abbandono, di quella deriva silenziosa, di cui la morte di Dio è stata la “ felice” espressione. Finiti gli accumuli cartacei, svuotate dai detriti, dai rifiuti le pattumiere ( i suoi quadri) viene a mancare anche lo smarrimento beckettiano che Leto un tempo aveva fatto proprio nella messa in discussione di un soggetto, di un io che si domandava : <<E adeso dove, quando, chi?>>

Leto, dicevo, nei suoi ultimi lavori non mi convince, perdendo ogni potere di fascinazione.Leto1

I suoi giochi con corde di carta incollate su tela di che cosa sono significanti? Quel vuoto spettrale di una scrittura destinata ad essere deportata in grandi inceneritori, quel surplus vertiginoso della parola stampata su carta di giornale, non sono più soggetti di un fare artistico che solo in passato mi aveva pienamente convinto. Forse esagero, forse sbaglio, forse sono imprudente ed irrispettoso, ma lo dico con tutta franchezza, con quella franchezza che mi autorizza a dire apertamente che nelle ultime “cose” dell’artista morrealese ad essere morto è lo stesso Leto. Il soggetto interrogante che innanzi al vuoto lasciato dalla perdita di Dio, dalla perdita stessa dell’io, poneva disperate domande esistenziali, adesso si trastulla con giochi puerili in cui la carta di giornale ha sempre meno pregnanza e soprattutto meno spessore materico. Che dire ancora. Del disastro, del senso di catastrofe, di cui in passato l’opera di Leto parlava, oggi non rimangono nei lavori dell’artista che deboli tracce. Alla catastrofe della morte di Dio è subentrata la catastrofe personale dell’artista, che forse ha esaurito, nella ripetizione incessante, e a volte senza alcuna variante, ogni sua vena di sconsolata, nera ed autentica poesia.Filly Cusenza1

 

Per fortuna ad innalzare il livello della mostra ci sono le opere di Filly Cusenza e Nuccio Squillaci. La prima, che convertita da anni alla Fiber art, all’arte del tessuto, della stoffa lavora anche come stilista, ci dà con le sue otto opere presenti in Triade una lezione di un pop fantastico, che aggiunge a temi irriverenti all’Enrico Baj e alla Jeff Koons una libera e colorata invenzione creativa. Ritratti di parenti, amici, antenati bislacchi ed eccentrici suggeriscono alla Cusenza di esplorare territori fantastici o meglio fantasy propri di un mondo infantile. Ma questa infanzia che irride a parenti “terribili”, fa propria la poetica, per così dire di, un humor rosa, di cui fino ad oggi non si è mai parlato. Proprio così “l’humor rosa”, non più ‘humor nero, è la proposta tutt’al femminile della Cusenza, che diverte ma anche graffia con qualche ritratto di drag queen inserito nel suo album di famiglia.

A parte va considerata l’opera pittorica di Nuccio Squillaci, che ci affascina per una continua ricerca espressiva, attraverso l’uso sapiente dei colori (pastelli ed oli), del suo mondo interiore. Pittore, ma intimamente poeta, Squillaci fa della pittura una “religione”, nel vero senso della parola, qualcosa a cui intimamente, per l’appunto, l’artista sente di essere legato tanto da non potere fare a meno quotidianamente di essa. La sua passione per la materia pittorica lo spinge ad esplorare soprattutto i territori dell’informale, dell’astrattismo attraverso anche pennellate a volte impulsive proprio dell’action painting. Il mondo pittorico di Squillaci è solo il suo. E’ un mondo alieno dalla modernità e dal suo imperante materialismo. Per la vena inesauribile di spiritualità espressa nelle sue opere, l’artista può paragonarsi eccezionalmente, pur non ricorrendo mai all’ figurazione, ad un Morandi, ad un Licini.Nuccio Squillaci1

 

Piero Montana

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Ultimo aggiornamento: 19/02/2018

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